• La Macina

    Valeggio sul Mincio, particolare



    Recco, 22 marzo 1998

    Non ci è dato sapere come accadde esattamente il fatto, né quando…solo che un giorno le persiane della casa rimasero chiuse anche se il sole era già alto.
    Forse qualcuno era malato…ma dopo un mese: qualche dubbio si era già insinuato nel paese .
    Lui, Giacomino, passava per le strette vie incastrate del paese con la testa bassa, insaccata nel cappello floscio, con la barba sempre più lunga e nera di rabbia. Batté gli scarponi sullo scalino infangato della porta, il fiume, vicino, gorgogliava lieto ed appagato della sua solitaria esistenza. Giacomino aprì la ciuixa, l’acqua sferzò il muschio del canale e precipitò sulla ruota, che restò ferma, pensosa ancora addormentata, poi prese a girare con un lento cigolio di sbadiglio; con le mani sui fianchi, il mugnaio stava a guardare, ipnotizzato dal luccicare del fiume: le sponde coperte di foglie gialle sventolavano al vento lunghi alberi spogli. Giacomino si scosse – Doveva lavorare lui! – entrò tra i mille ingranaggi del mulino, controllò ü ruassu e tutti quei piccoli e grandi macchinari che l’acqua azionava.
    Sistemò la figurina della madonna vicino l’unica finestra con le inferriate, un raggio di sole entrò curioso tra la polvere, e le ragnatele brillarono.
    Fuori, un mulo scaricò il primo grano; Giacomino si abbassò il cappello sugli occhi: piangeva.
    Lui aveva cercato in tutti i modi di tenere segreta la faccenda, ma le occhiate del paese erano chiare…si, anche fin troppo chiare. Tutti ridevano di lui…tutti, tutti anche le case…si anche le case, che al suo passaggio si chinavano a guardarlo ed a ridere cariche dei suoni e delle risate di famiglie felici. E quel cane la, si quello nero, non rideva forse anche lui ringhiando e tirando la catena? E allora perché tacere, perché? Per farli ridere? Ma si che ridano, anzi li farò ridere di più!
    Li’, li ho trovati! – e quelli venuti a macinare si voltavano – Li’, sulla macina avvinghiati, capite? – urlava rosso in volto ridendo – avvinghiati dove adesso c’è il grano!
    Era uno spettacolo assai strano vedere un uomo ferito colpirsi ancora, e le risate , le occhiate degli altri? Nulla, nulla per Giacomino inebriato nel racconto!
    – Chiusa in casa adesso! – e con il dito segnava un punto immaginario del bosco
    – Chiusa, non vede nessuno!
    Lüenzu scoprì i vuoti della dentatura in un riso sbieco – Chiusa? Ma se lui ci va alla sera! Vi dico di si, l’ha visto mia moglie arrampicarsi dal terrazzo!
    – E Giacomino?
    – Lui non sa! Come sua madre quella, vi ricordate……
    Gli ingranaggi coprirono i sussurri di tutti quei contadini che cercavano altre miserie diverse dalle loro per riderne, consapevoli o forse no che consumavano la loro vita senza domandarsi il perché di quella vita, del paese, del mulino; ma paghi della storia sempre nuova e ricca di particolari di Giacomino.
    Giacomino, quando tornava a casa, apriva quasi con timore la porta, lei non si faceva vedere ne sentire solo la tavola apparecchiata testimoniava che durante il giorno aveva camminato e respirato in quelle stanze. E allora lui era preso da ribrezzo per tutti quegli oggetti toccati da lei, di quel cibo che lei aveva preparato, si buttava a letto ma non gli riusciva di dormire, allora si alzava e scappava nel suo mulino, vecchio amico e confidente che lo aveva visto crescere.
    Fu così che a casa non ci tornò più, viveva nel mulino sempre indaffarato sporco di polvere e farine sempre più felice della sua infelicità…e lei libera, liberata da Giacomino, lui lo sapeva dagli amici che lei, adesso che lui non c’era più, girava per il paese, aveva riaperto le persiane di casa e che quell’altro andava da lei tutte le notti…ma a lui non importava, si sentiva una vittima…no, neanche quello era felice della sua condizione di infelice.
    Ma anche nel mulino c’era qualcosa che lo pungeva…steso a terra su due sacchi non gli riusciva di prendere sonno, sentiva un dolore al fianco, quel fianco dove sua moglie appoggiava il corpo molle, addormentato. Lui si massaggiava, ma niente il dolore rimaneva.
    Il dottore gli disse – Non avete niente Giacumin – ma lui no, sentiva male e vedeva anche il fianco gonfiarsi. Intanto, sempre più piegato dal peso dei sacchi di farina, lavorava e quando i contadini restavano la notte per la macina, lui faceva vedere ad ognuno il fianco gonfio e dolorante – Va belinuin che non hai niente!
    Niente? Come niente? E allora quel livido li, si certo anche livido! Dio non ci aveva fatto caso prima….sì, sì livido!
    Una notte mentre massaggiava il fianco dolorante, un raggio di luna piena penetrò attraverso le tegole d’ardesia sconnesse del tetto, ed illuminò la macina addormentata.
    Giacomino stette a guardarla strabuzzando gli occhi per un po’…ecco cos’era a non farlo dormire, la macina che poi era sua moglie od era solo una macina…la stessa cosa! Prese un massuolo: Muori, muori – Una scheggia volò contro la figurina della Madonna lacerandola.


    Adriana B.Port

  • Le scarpe del morto

    Monteriggioni

    L’alba si stiracchiò in un lungo raggio di sole sulle vetrate dell’ultimo piano, esplose dentro al corridoio illuminando le numerose porte che davano ad altrettante stanze. Era un vecchio palazzo di tre piani, antico già ai tempi di Leonardo, nei secoli era stato rimaneggiato dai vari proprietari, arrivando, poco prima della prima guerra mondiale, nelle mani del Conte attuale abitante con i suoi numerosi servitori.
    Era un edificio severo, originariamente di due soli piani, poi nell’ottocento qualcuno decise di posarne un terzo, che infatti spiccava come una ciliegia storta su una torta perfetta, il terzo piano era dedicato al personale di servizio, sotto le camere da letto della famiglia, ora rappresentata dal Conte, e al piano terreno le sale da pranzo, la biblioteca ed una serie infinita di stanze e stanzette dedicate, un tempo, a sale ricevimento, salette caffè e altre dedicate alle signore o ai signori, in cui si susseguivano mobili fuori moda, pesanti tendaggi e caminetti spenti da decenni.
    Il sole bussò sulla porta di Giobatta, era il cameriere personale del Conte, lui aprì un occhio e poi l’altro, maledì la sua sorte (come ogni mattina da quando ragazzino aveva preso servizio), si vestì con la livrea ormai logora e sbiadita, e si avviò ai piani nobili. Incontrò la cuoca che veniva a cercarlo – Oh Giobatta cosa vuoi il servizio in camera oggi? E’ già tardi, vai giù che se il Conte si sveglia e tu non sei lì succede il finimondo!!!
    Giobatta mugugnò improperi verso la cuoca ed il padrone, scese lentamente molto lentamente la scalinata che separava i piani, aprì la porticina che dava su un pianerottolo, scivolò nel corridoio con tutte le porte uguali, conto cinque porte, la sesta era quella del Conte, girò la maniglia ed entrò.
    Dentro era tutto buio, le pesanti tende lasciavano fuori il sole, ormai salito oltre gli alti alberi del parco che circondava la residenza, Giobatta si avviò verso le finestre, tirò le tende, queste esplosero in un turbinio di particelle di polvere dorate, girarono tutto intorno come scaglie luminescenti, Giobatta tratteneva il respiro, dentro la stanza gli odori dominanti erano muffa e un’altro odore emanato dal Conte, un odore strano, quello che emanano i vecchi armadi stipati di abiti di velluto, stoffe che non vedono una buona lavandaia da parecchio tempo. Ed altri acri odori, che Giobatta preferiva non identificare e a cui dare una forma.
    Guardò il Conte, che continuava a dormire beato sotto due strati di coperte – Sciu Conte, è l’ora di svegliarsi, la colazione è pronta!
    Ma quello niente, continuava il suo sonno beato ed immobile – Sciu Conte allua a se adesce si o no!?! – Giobatta iniziava a spazientirsi, già non aveva mai avuto in simpatia il suo padrone, era entrato li’ che aveva tredici anni, ora ne aveva cinquantadue, ed in tutti quegli anni il padrone non lo aveva mai chiamato per nome, a volte lo chiamava fischiando, quasi Giobatta fosse stato uno dei segugi che, il Conte, usava per la caccia. Oppure lo chiamava suonando un campanello che dalle stanze del secondo piano e del piano terra davano in cucina, si trovava al di sotto, più sotto anche delle stalle, in tutti quegli anni mai una parola buona, mai un regalo, mai un cenno di ringraziamento.
    Il Conte, nel frattempo, dormiva sempre. Giobatta ormai esasperato dal comportamento del padrone, prese coraggio si avvicinò al letto e lo scrollò leggermente per il braccio….solo al quel punto, così vicino alla faccia del conte, Giobatta si accorse che qualcosa non andava, il Conte era bianco, freddo, e scrollandolo lo sentì stranamente rigido, inanimato.
    Giovanna, Giovanna!!! – Giobatta correva giù per le scale che portavano alla cucina – Giovanna, salite il Conte è morto!
    Quello che accadde dopo fu un trambusto enorme, il personale era abituato a servire solo il Conte e nessun altro, la moglie era morta da tempo, le figlie le contessine, due, si erano sistemate, il padrone era rimasto solo, ormai da venti anni, la servitù si era abituata a dei ritmi rallentati. Il Conte poi non dava cene o feste, troppo avaro per disperdere l’enorme patrimonio – perché dovrei sfamare tutte queste nullità, gente priva di storia, il cui unico merito è aver inneggiato al Duce il lunedì ed alla Repubblica il martedì!
    La casa, in appena due ore, fu occupata dalle figlie del Conte, i mariti i nipoti, e un’altra quantità di gente che era accorsa vantando parentele o amicizie con la famiglia.
    La Giovanna era tutta agitata correva da un fornello all’altro, impiattando senza sosta gridando a gran voce a Giobatta ed all’altro cameriere di correre – portate su questa insalata, correte con questo vassoio veloci, veloci!
    Giobatta era di malumore peggio che il solito – c’è bisogno di mangiare così tanto? La morte mette appetito forse? – e strascicava le sue scarpe consunte sui pavimenti tirati a lucido per la visita delle contessine.
    Nelle sale superiori si percepiva l’agitazione, le due sorelle si guardavano da lontano gelose, una aveva avuto due maschi l’altra due femmine, se il Conte aveva mantenuto la promessa fatta, il cospicuo patrimonio aveva già una nuova proprietaria.
    – Giovanna, ma cosa faranno di noi?
    – A me han detto che mi tengono, andrò dalla Contessina Ginevra, che erediterà tutto!
    – ma la casa qui cosa ne faranno, e perchè a me non hanno ancora detto dove andrò?
    – Ah la casa qui la vendono, pare che ci sia un tizio che sta facendo alberghi in giro per l’Italia comprando vecchie residenze, la Contessina mi ha detto che non conviene tenerla con tutto il personale…. – la Giovanna attese che l’ultima frase arrivasse a Giobatta, tra lei e quell’uomo maleducato, sempre scuro in volto, non era mai corso buon sangue, negli anni avevano fatto a gara per farsi fuori a vicenda, ed oggi, pareva, che la guerra l’avesse, infine, vinta la Giovanna,
    E no, qualcosa dovevano dare anche a lui, che si era dedicato a quella casa e al padrone senza mai un giorno di ferie, senza mai un grazie – qualcosa mi devono dare!!!
    Iniziò a girare per le stanze vuote, ora spostando un vaso ora soppesando un orologio chiuso dentro una campana di vetro tutto ghirigori e scene di cavalli impennati all’inseguimento di lepri di ottone dorato, poi guardò un quadro, spostò un vassoio. Valutò e ispezionò tre stanze – Eh no qualcosa mi devono dare!
    Su di sopra il notaio aprì il testamento, la Contessina Ginevra si alzò applaudendo tutta contenta, mentre la sorella fingeva uno svenimento e pretendeva di poter leggere il testamento con i suoi occhi, adducendo ad una congiura tra il notaio e la sorella.
    Giobatta aveva sperato che almeno nel testamento il Conte si sarebbe ricordato di lui, la Giovanna rise di gusto – e perché mai il conte avrebbe dovuto lasciare qualcosa a Vossignoria? – e si rimise a ridere sguaiata. Diceva bene lei, pensò Giobatta digrignando i denti, pochi, che rimanevano – Fa bene lei a ridere, intanto a lei mica la licenziano, lei va dalla Contessina – e dicendo questo si inchinò quasi a terra scimmiottando se stesso ogni mattina davanti al Conte.
    La Contessina vincitrice, tirò la campanella, Giobatta arrivò annunciandosi con il solito rumore di suole consunte – Lei, vada a preparare mio padre, fra poco arriveranno gli addetti alle pompe funebri – Giobatta fece un inchino – ah aspetti, dopo che avrà preparato mio padre può andarsene, la casa sarà venduta!
    Giobatta si ritirò nella stanza del Conte – bella roba, bel ringraziamento, tutti questi anni qui, ad annusare questo vecchio puzzolente ed arrogante – Si avvicinò al letto dove giaceva il Conte, vestito ancora con il pigiama del giorno prima quando era stato dichiarato morto, il medico intervenuto aveva scritto : morte sopraggiunta nel sonno per attacco cardiaco.
    Bella roba Sciu Conte, bella roba, ma lo sa che puzza meno da morto che da vivo? Bella roba, liquidarlo così senza neanche due parole di ringraziamento, un gesto di umanità – trattato come questi vecchi abiti qui – così dicendo
    aprì l’armadio dei vestiti buoni del padrone, scelse un abito nero, una camicia bianca nuova mai messa, i calzini ancora con l’etichetta, ed infine le scarpe. Le scorse nella scatola, semi chiusa, si riparavano timide sotto il coperchio spostato, erano nere, lucide, nuovissime la suola intatta. Il Conte doveva averle comprate da poco, Giobatta non le aveva mai viste.

    Vestì il Conte, lentamente, con la mente altrove – Qualcosa mi devono dare! – prese le scarpe, le guardò, le rigirò tra le mani, erano talmente lucide che la stanza si specchiava sulle punte, i lacci ancora all’interno, il cartellino diceva : pelle di capretto lavorato a mano, le eventuali imperfezioni sono dovute al prodotto naturale.
    Imperfezioni? Giobatta rigirava quelle scarpe tra le mani non riuscendo a trovarne di imperfezioni, erano perfette, di quelle scarpe che cigolano ad ogni passo, che profumano di pelle fino al loro ultimo giorno. Guardò le sue, unte, logore con la suola bucata da cui si intavedevano i calzini – Eh no qualcosa mi devono dare!



    Gli addetti delle pompe funebri arrivarono, presero il Conte, senza usare le cerimonie che da vivo avrebbero, e lo stesero nella bara – la chiudiamo? – fece quello che sembrava il più giovane – No, no, poggia solo, lo vogliono esporre! – e dicendolo fece un sorrisetto – contenti loro, a me non pare un bel morto!
    Giobatta guardò per l’ultima volta quella casa, era vestito ancora con la livrea di velluto verde, logora e consunta, sopra un cappotto due volte grande rispetto a lui, fece un passo ed il crick delle sue scarpe lo fece sobbalzare, le guardò con un sorriso accondiscendente verso se stesso – Eh si qualcosa dovevano darmi!
    La Chiesa si affollò velocemente, le sedie finirono presto e la gente si assiepava sotto le navate ed anche fuori, il corteo funebre fece la sua comparsa, la banda attaccò un concertino di musiche stonate adatte all’occasione, il prete si alzò e così tutti i presenti.
    La bara venne posata al centro davanti all’altare, dentro il Conte vestiva una candida camicia bianca, un completo nero con cravatta in tono…calzini bianchi, impeccabili, che si intravedevano da un buco nella suola di una delle scarpe. Il Conte indossava un paio di logore scarpe, che una volta dovevano essere state marroni, macchiate da unti dimenticati…ma nessuno parve farci caso.

    Adriana Barbagelata Port

    Uscio 18 giugno 2022

  • OGNI TANTO QUALCUNO SI RICORDA DI MORIRE

    Gruppo di case vicino a Barbagelata

    Il paese di Barbagelata stava tutto arroccato in cima al passo, le case si appoggiavano le une sulle altre cercando conforto e calore, spiando la via che si snodava sotto, sperando che uno dei rari passanti invernali decidesse di fermarsi.

    Vecchi casolari perlopiù di pietra con tetti di ardesia spioventi, tutte dotate di stalla e lunghi camini che sputavano vampate di fumo pregno del profumo delle resine del legno che bruciava incessante nelle case, ogni facciata aveva la sua lapide di marmo bianco, riportava nomi e date dei paesani e dei partigiani morti, a perenne ricordo dei rastrellamenti che i tedeschi avevano operato in tempo di guerra. La modernità era rimasta defilata, se non fosse stato per la chiesa nuova, che aveva rimpiazzato quella vecchia e piccola che ancora si affaccia sulla via principale che svalica dalla Liguria verso Piacenza, la nuova era bianca, enorme rispetto all’estensione del villaggio, ma soprattutto moderna, era un triangolo spiovente il cui tetto toccava fino a terra dal lato verso i monti, mentre dal lato verso il mare era un susseguirsi di nicchie a vetro che catturavano più luce che potevano per illuminare l’interno,  dentro era tutto in legno e ardesia, spoglia, fatto salvo per le file di panche che si susseguivano pronte a ospitare un numero considerevolmente più alto dei reali abitanti.  Il campanile si risolveva in un rettangolo in cemento con quattro campane. 

    La nostra storia si svolge pochi anni dopo rispetto all’inaugurazione della nuova Chiesa, ovvero nei primi anni 70 del novecento.

    ….

    L’inverno quest’anno si attardava più del solito, le mucche restavano nelle stalle ad attendere che la neve si ritirasse dai pascoli ancora sonnecchiosi sotto la coperta candida. Gli abitanti, trenta in tutto da ottobre a giugno, si chiamavano dalle finestre additando il cielo che non sembrava ancora cedere il grigiore ai colori primaverili, restava coperto di nuvole immobili cariche di fiocchi, la neve ricopriva l’unica strada, tortuosa, che nessun essere dotato di un minimo cervello avrebbe affrontato in un inverno simile, che univa quel lembo di liguria montano al mare, mare che restava una promessa visibile in qualche raro spicchio tra i monti, se la foschia lo permetteva.

    Tutti erano in attesa della bella stagione, chi perché aveva le mucche da portare al pascolo ed iniziare la preparazione dei formaggi profumati di erba fresca, il locandiere per riaprire la trattoria in vista dei primi pic nic delle famiglie che ripopolavano le case chiuse per tutto l’inverno, attirati dall’aria buona e dalle passeggiate sui monti. E quest’anno anche da un primo cittadino molto innervosito da questo dilungarsi dell’inverno, viaggiava tra casa e comune e chiesa un po’ bestemmiando per il tempo un po’ pregando che arrivasse sta maledetta primavera. Torturava tutti soprattutto sua moglie ed il prete. 

    – i lavori non partiranno mai con questo tempo!!! – e girava per la piccola cucina misurandola a passi nervosi.

    La moglie, seduta nella poltrona di fianco alla stufa, leggeva distratta una rivista di moda dell’estate passata – caro su datti pace, la bella stagione arriverà quando Dio vorrà è inutile che ti arrabbi così, ti fa male!

    Già Dio! E quindi via verso la chiesa a chiedere al parroco cosa aveva deciso il suo superiore, come se il prete potesse prendere il telefono e chiamare per metterci una buona parola. Ma per il sindaco, Giuse, non c’erano ne ma ne se, doveva avere delle certezze, una data per fare iniziare i lavori!

    Il prete, un giorno in cui aveva già ascoltato cinque confessioni prive di alcun peccato, tre lamentele per la scostumatezza di alcune riviste avvistate in casa del sindaco e una risposta piccata dalla moglie di Giuse, a cui il prete aveva chiesto almeno di nasconderle alla vista dei visitatori di casa, con tutte quelle signorine in costumi estivi che ammiccavano dalle copertine…ora vedeva arrivare anche il sindaco a passi di marcia.

    – Oh sindaco finalmente, oggi non l’avevo ancora vista ed iniziavo a preoccuparmi!!

    – Non c’è da scherzare, qui i lavori non partono!

    – Signor sindaco capisco il senso del dovere, le promesse elettorali, ma non credo che qualcuno abbia così fretta di occupare il cimitero, se i lavori finiranno l’anno prossimo e non questo, mi creda, nessuno ne avrà male, nessuno è così scalpitante di farne uso!

    Il sindaco ritornò a casa più nervoso che mai, prese il telefono ed iniziò a torturare i dipendenti del comune, gli assessori e chiunque aveva potere di far saltare dalla sedia.

    Per fortuna la primavera arrivò, sciolse la neve, accese i prati dei gialli delle primule, puntinò le rocce con il viola delle viole e via in un crescendo di colori e fiori, tornarono i turisti, riaprì la trattoria, si ripopolò il paese che così venne a contare 300 abitanti.

    Ma, soprattutto, arrivò uno stuolo di operai che sbancò un pascolo, buttò fondamenta di cemento ed in meno di due mesi consegnò un candido, nuovissimo, e vuoto cimitero al paese di Barbagelata.

    L’autunno avvisò del suo arrivo arrossando tutte le faggete, i pascoli si scurirono e l’aria divenne sempre più pungente, i turisti salutarono come pure le rondini, la trattoria chiuse, ed il paese si preparò ad un altro inverno uguale agli altri.

    Il piccolo cimitero si coprì di neve, il ghiaccio si allungò nei loculi tutti vuoti, il sindaco guardava da dietro le finestre di casa scrollando il capo – dai Gian vieni a mangiare – mangiare diceva bene la moglie, lei non aveva le sue preoccupazioni che imbiancavano il capo, segnò con il dito davanti a lui – è li’ da sei mesi e non l’ho potuto ancora inaugurare!

    – Oh Gian smettila un po’ – poi la moglie sorrise tra se – non vorrai mica andare casa per casa a vedere se qualcuno e li’ li’ per inaugurarlo!!! – e rise forte guardando  il marito che, invece, si era fatto serio serio, prese cappotto e cappello ed uscì di corsa.

    Toc Toc, drin drin – un attimo, un attimo arrivo, che poi chi sarà a quest’ora che si pranza e con sto tempo – la Maria aprì la porta, che dava diretta in cucina, il vapore delle pentole sul fuoco fuggì verso il giardino in roteanti lingue di fumo – Scindicu cosa succede, entri entri!!!

    – Nulla Maria non si spaventi, volevo sapere solo come stava lei e suo marito! Tutto bene? – e la scrutò come fa un becchino in ospedale, che passa di letto in letto lasciando il suo bigliettino da visita e con fare distratto da un’occhiata generale ai degenti.

    – Oh bene bene, solo qualche doloretto qua e là, ma sa con l’età ed il cambio di stagione, siamo come il legno ci allunghiamo in inverno e ci stringiamo in estate!!!

    Il sindaco visitò Maria, Giacomo, Gilberto, Olivia, il prete (anche se la morte del prete non era una certezza di inaugurazione magari quello si faceva seppellire a Lumarzo dove era nato).

    E niente, tornò la primavera, e nulla, tutti stavano bene, sempre 30 erano gli abitanti, e quest’anno neanche l’influenza aveva intaccato la popolazione.

    Il sindaco era sempre più agitato – E tu che sei mia moglie, dovresti essere solidale con me! Darmi una mano eh??? A proposito come stai?

    E fu così che per una settimana il sindaco dovette dormire in Comune. E no non era certo pentito di quello detto a sua moglie, proprio lei avrebbe dovuto avere una certa sensibilità, insomma non bisognava essere fedeli ed aiutarsi nella buona e cattiva sorte??? E lei che faceva? Si offendeva!!

    -Buongiorno Sciu Sansa cumme a sta?

    Quello accelerò il passo, facendo inequivocabili gesti scaramantici: ma che vagghe a caga!!

    Gian non lo sentì, lo vide bofonchiare e pensò: oh magari è bronchite, sta tossendo si si!!!

    E fu così che non appena vedevano arrivare il sindaco tutti si dileguavano, e Gian a rincorrerli: Maria come stai? Tuo fratello???? – aveva sentito dire che aveva avuto dei giramenti di capo.

    La moglie, nel frattempo, lo aveva riammesso a casa, non perché lo avesse perdonato ma per intercessione del prete, che aveva ricevuto una lunga fastidiosa lamentosa telefonata, da parte della mamma di Gian, preoccupata che la cosa danneggiasse la sua carriera politica. Carriere? – rispose il prete perplesso? – come se lui avesse avuto paura di non diventare papa.

    E ritornò la primavera, quell’anno prima del tempo, a marzo già la neve si stava sciogliendo, la trattoria aprì un mese prima del solito, qualche casa iniziò a rianimarsi dei villeggianti, e la Pasqua avrebbe portato buon tempo ed escursionisti. Ma il sindaco di tutto questo non si accorse, sempre più arrabbiato, in collera con tutti e tutto, nessuno voleva morire – ecco lo aveva detto – nessuno voleva morire perché erano tutti gelosi, si gelosi. Gelosi che lui, il sindaco, avrebbe fatto l’inaugurazione del cimitero, che sarebbe arrivato il secolo e magari anche la Rai, per fare un bel servizio sull’inaugurazione, e lui, Gian, sarebbe andato in prima pagina e nel tg delle due – te capì Nin di cosa sono gelosi questi?

    – ma caro, ma figurati se sono gelosi – la moglie sospirò per l’ennesima follia del marito – Gian piantala un po’ ti stai rendendo ridicolo, oltre che farti male alla salute, non vedi come sei dimagrito, sei sempre pallido!

    Dimagrito? pallido? eh certo faceva bene lei, nessuna preoccupazione, nessun pensiero, nessuna responsabilità, lui invece? Lui aveva dato tutto per il suo paese, e i suoi concittadini come lo ricambiavano? Lui era andato giù a Genova a convincere quelli per fare il cimitero su, disperso nei monti, prima che lui, Gian, si prendesse a cuore la questione, andavano tutti a finire a Lorsica!  – e già questo ve lo dimenticate vero? – interruppe il prete nel bel mezzo della comunione – eh no stavolta è troppo Sindaco! Fuori!!! ho detto fuori!!!!

    Sua moglie avrebbe voluto sprofondare – Gian ma sei impazzito? Oddio avrei voluto morire! – Brava! avresti fatto solo il tuo dovere!!

    Altra settimana a dormire in comune. Intanto Gian dimagriva veramente ogni giorno di più, sempre più pallido ed emaciato, la giacca dell’anno prima ormai pendeva dalle spalle, le tasche sui fianchi stavano scivolando verso le ginocchia. Ma a lui non importava, a lui importava solo che quel maledetto cimitero fosse inaugurato, voleva una cerimonia con la banda, i sindaci dei comuni vicini, il presidente della regione, il giornalista del Secolo XIX e la Rai Tre.

    Ed infine venne il giorno dell’inaugurazione, l’autunno bussava nuovamente alle porte, il grigiore della nebbia si stese come una coperta su tutta la valle, copriva la strada e celava alla vista la lunga fila di auto che salivano verso il paese di Barbagelata. C’erano i sindaci dei paesi vicini, il presidente della Regione vestito di tutto punto, un giornalista del Secolo XIX e la Rai tre e pure nazionale, tutto il paese ed alcuni villeggianti che si erano attardati, ed anche qualche curioso arrivato da Lorsica.

    La banda iniziò a suonare uscendo dalla chiesa, il prete agitava l’incensiere come volesse scacciare la nebbia che, nel frattempo, si era fatta più spessa e umida. La bara, portata da alcuni sindaci ed un paio di pastori scelti tra i più giovani, uscì sul sagrato, un piccolo corteo si diresse al cimitero, dove c’erano, ad aspettarli, un centinaio di persone. 

    Il sindaco si schiarì la voce, la fascia tricolore tentò di scivolare dalle spalle, era lungo allampanato, la fronte ampia non cercava più di nascondere l’incipiente calvizia che si faceva largo. 

    Tossì un’altra volta – Signori siamo qui riuniti per rendere il giusto omaggio all’uomo che ha reso possibile tutto questo – e così dicendo spalancò la mano verso il susseguirsi delle colombaie tutte inesorabilmente vuote, tranne una dove poggiava, davanti a terra, una lapide  – siamo qui per onorare il compianto sindaco Gian!!

    La moglie, passata per controllare se il marito avesse bisogno di qualcosa, lo trovò seduto nel suo ufficio in Comune, con la faccia sulla piantina del cimitero srotolata sulla scrivania.

    Adriana B. Port

  • La Striscia Rossa

    Recco, 23 maggio 1998

    La luce della luna si confuse con quella della lampara, Giobatta sbadigliò…guardò lontano i galleggianti della rete che delimitavano il mare, il suo giardino!
    Quel piccolo pezzo di mare era suo, dentro al cerchio pascolavano i suoi pesci e la sua vita. Poteva andarsene via? Sì, poteva andar via lasciare tutto… anche quello spicchio di mare tutto suo…ma non ne era capace.
    Si voltò, la riva era lontana, persa tra le onde fluorescenti, una barca a remi passò vicino, in silenzio, e scomparve dietro il faro; era li’ in quel silenzio che lui immaginava, immaginava un’altra vita, uguale diversa? Diversa, uguale ma con piccoli particolari cambiati: ad esempio la striscia della barca!
    Blu e non rossa. Un’inezia, si ma per voi; per Giobatta no! Per lui stava tutto in quella striscia rossa. Sì, sì rossa e non blu o verde! Era per quella striscia li’ che la sua vita non era quella che lui voleva!
    Giobatta ne era sicuro, se la striscia fosse stata blu lui magari non sarebbe stato in quel punto con la barca, ma dietro al faro dove si pescava di più e non in quel cerchio.
    E se la riga fosse stata gialla…
    Tutto un altro discorso!
    – Magari fosse gialla! Sarei in America!
    – Ridipingila! – Lo schermivano gli altri.
    Ridipingerla? No, no! Sarebbe stato inutile, ci aveva già provato! Ma sotto il nuovo colore rimaneva il rosso e nulla, nulla era cambiato!
    Poteva un uomo abituato alle tempeste, alla miseria, perdersi a tal punto da smarrire la ragione per una striscia di colore sui fianchi della barca? No! Ma ne siamo sicuri? Non saremmo anche noi disposti a perderci pur di sfuggire una vita delusa!
    Giobatta era deluso, non tanto dalla vita in mare, dalle reti, ma deluso per non essere riuscito a fare ciò che voleva: quando suo padre gli regalò la barca gli disse di dipingerla azzurra con una striscia rossa! Gli impose la vita! Lui voleva viaggiare, andare in America!
    Sogni tra il vapore afoso del mare.
    – Maledetta la miseria! – gridava al buio delle notti in mare…sì maledetta
    quella miseria che lo aveva costretto a rinunciare a tutto, era toccato a lui mantenere la madre rimasta vedova durante una tempesta!
    – Maledetta la miseria e tu riga rossa!
    Bella cosa gli aveva fatto fare suo padre facendogli dipingere la riga rossa sulla barca.
    Giusto, giusto il giorno che la pittura era appena asciugata ecco arrivare puntuale la prima disgrazia: la barca del padre si capovolse ed il corpo sparì inghiottito dal mare!
    E pochi giorni dopo – a ricordarlo ne aveva ancora rabbia – ecco un’altra bella notizia…la Anna, la sua fidanzata si sposava con un altro! Senza dire nulla a lui, Giobatta aveva rinunciato perfino alla rete nuova per mettere da parte i soldi per il matrimonio: ma già lei ci sputava sui suoi sacrifici, sulla casa di tre stanze, sì tre belle spaziose…certo c’era l’odore delle viscere dei pesci ma…basta così! Era inutile incolpare Anna, era quella striscia rossa li’, che condannava! E la rete bucata? Il tetto scoperchiato dal vento? Una disgrazia! No, la striscia rossa!


    Quella sera era uscito più malinconico del solito, non aveva neanche salutato la madre china sul tavolo intenta a salare le acciughe, immersa tra gli enormi barattoli di vetro…gli stessi di quando era bambina, la sua dote!
    Giobatta era uscito a capo chino trascinando un vecchio sacco da marinaio appartenuto al padre. Arrivato in spiaggia si era diretto alla sua barca attraversando lo schieramento delle altre colorate, immobili; lui non vide altro che la striscia rossa ancor più vivida sotto la luce lunare, era come se tutto intorno ci fosse il nulla, solo quella striscia che lo aspettava.
    Al largo sembrò che la pace cancellasse tutte le sue preoccupazioni…ma fu un attimo!
    Un’onda curvò la barca e lui la vide…sì, sì la striscia rossa…non era più sulla barca, era in mare, sulle onde lievi e spumose: e lo guardava, ne era certo lo guardava…non era più sulla barca era in mare! Allora era libero! Era libero!
    Una smania gioiosa lo prese, doveva andare, andare dove non aveva potuto prima, quando quella striscia rossa era attaccata!
    Doveva far presto, prima che un’altra onda la riattaccasse sulla barca. Spense la lampara, si sedette e iniziò a remare: ma dove andare, dove?
    Si fermò! Dove?
    – Ma certo, che idiota, in America…sì in America!
    E remò più forte!

  • Liguria

    Lo spirito si perde
    Nell’infinito mare.
    Salsedini secche
    Profumi fruttati
    Di agavi e scogli.
    Spuma sferzante
    Disegnata sui promontori.
    Uomini pochi
    Sparsi
    Confusi nei colori molli dell’autunno.
    Merletti di reti
    Sull’acqua oleosa.
    Rubini d’uva
    Argenti di ulivi
    Sui colli
    Aggrappati
    Giu’
    Verso il mare.

  • Le ossa del Santo

    Racconti

    Le campane rintoccarono le sei del mattino, i campi brillavano di brina sotto l’aurora che si andava esaurendo, dal tenue rosato, al giallo del sole di giugno. Il paese era formato da sei imponenti case di pietra di quattro o cinque piani unite tra di loro da archi e porticati , veri e propri palazzi, i costruttori, di circa duecento anni prima, avevano sfruttato l’altezza visto che il paese si estendeva in una piccolissima pianura stretta, quasi strozzata, tra le colline, che tradivano vocazione di montagna, visto che le sommità spesso si indurivano in anguste punte che agganciavano le nuvole di passaggio, così, che le cime erano quasi sempre avvolte da una nebbia montana. Il paese si stringeva intorno alla Chiesa la cui facciata si apriva su di una piazza ricamata da ciottoli bianchi e neri che formavano fiori e M di Maria in tre cerchi, davanti, una scala portava al cimitero, costruito sotto il livello della piazza e sotto ancora fascie coltivate a patate e la sottile striscia di strada sterrata che cercava di unire la civiltà caotica e pretenziosamente moderna di Genova a quel lembo dimenticato della Val Fontanabuona.

    Il prete, Don Guido, si affacciò dalla porta della sacrestia, rabbrividì al venticello ancora primaverile che scendeva dai monti alla piazza della Chiesa posta proprio al centro del paese, si guardò intorno e vide che da sotto un porticato che univa due case alla piazza spuntavano già alcune donne solerti come ogni mattina alla prima preghiera – Buon giorno sciä Virginia!
    – Buon giorno sciü preve, cömme a va stamattina?
    – Bene, venite vi apro la Chiesa…
    E Virginia seguita da altre tre donne dalle gote arrossate dal mattino ancora fresco entrarono in religioso silenzio nel tempio, subito il bisbigliare delle loro preghiere riempi’ le navate assai modeste della Chiesa, era un piccolo edificio in pietra esternamente decorato un decennio prima, restaurato nel 1910, donazione famiglia Canepa, come campeggiava sulla facciata, chi aveva comprato la pittura aveva prediletto per un color panna e rosa così da far sembrare l’edificio un grande torta nuziale con tanto di spruzzi di panna delle due statue, di gesso che controllavano la piazza dai lati del tetto.
    Dentro un pavimento di ardesia a scacchi di rombi con marmo bianco faceva da contrasto con le pareti affrescate da qualche artista locale molto fantasioso ma povero di tecnica, un’enorme Madonna incombeva dalla navata principale sui fedeli seduti sulle panche, guardava ai suoi piedi con occhi pietosi i contadini che assistevano alla messa, ignari, che forse le mani protese verso di loro fossero esageratamente grandi rispetto al resto del santo corpo, dietro, sulla cima di una bassa collina, c’era Gesù crocifisso leggermente inclinato per chi guardandolo giungeva dall’entrata della Chiesa, anche Lui guardava pietoso chi stava sotto lui…insomma era un crogiolo di Santi e Beate troppo colorati e rubicondi e dalle mani che suggerivano più il lavoro nei campi che la santità delle loro vite.
    Don Guido avrebbe voluto far restaurare e abbellire la Chiesa e magari chiamare qualche pittore dalla vicina Genova, ma si sa quando un piccolo paese come quello si spopolava per andare in America, i fondi non bastavano neanche per l’olio santo, e così ci si faceva andar bene quello che altri avevano lasciato li’, l’unica cosa veramente degna di lode era l’altare maggiore in marmo policromo decorato da colonne e putti che sbucavano d’improvviso da un drappo di marmo abilmente scolpito con tanto di pieghe sventolanti ad un immaginario vento. Il primo giorno che Don Guido entrò nel tempio lo notò subito, era veramente di pregevole fattura e probabilmente frutto di una qualche donazione o forse di qualche spostamento da una Chiesa più grande ed importante, ma il vecchio prete che andava a sostituire gli disse che quello era stato proprio donato alla piccola parrocchia per via dei resti del santo che essa custodiva…infatti…come potè accertarsi successivamente Don Guido, nell’altare c’era una piccola fessura coperta con un vetro, da dove si potevano ammirare i resti di alcune ossa, o meglio da dove si erano potute ammirare visto che una mano ignota le aveva asportate circa 100 anni prima e mai più restituite. Da allora la Chiesa andò lentamente in declino poiché dai paesi vicini non veniva più nessuno a portare elemosina dopo che il Santo Patrono l’aveva abbandonata. San Ernesto da Verzi, Don Guido prima di allora non ne aveva mai sentito parlare, era martire di una delle ultime crociate, partito da Verzi per diventare commerciante in Francia si era trovato invece imbarcato per una crociata diretta a Gerusalemme (più che imbarcato deportato visto che era stato colto sul fatto mentre rubava proprio in una Chiesa, ma questo nella sua biografia nessuno l’aveva precisato) da dove portò, al suo paese, l’ennesima spina della corona di Cristo (praticamente ogni crociato di ritorno ne portava una quindi o la corona era molto grande oppure…), qui morì in santità (così diceva l’epigrafe di marmo sull’altare a lui dedicato) nel MCCDVI all’età di 34 anni e li’ riposavano prima del furto i poveri resti ovvero due denti e qualche ossa della mano destra nonché, naturalmente, la spina della corona di Cristo.
    Ora senza quegli oggetti di devozione e miracolo (anche se mai ne era stato documentato uno dopo oltre cinquecento anni di devozione) dai paesi limitrofi nessuno aveva più l’interesse per affrontare la scarpinata fino lassù.
    Così anche la festa patronale aveva a poco a poco perso seguito ed importanza ed ormai si risolveva in una messa ed in una veloce benedizione ai pochi contadini che ancora volevano fosse mantenuta la tradizione, ma nulla in confronto alla lunga processione con tanto di Cristi portati dalla vicina Lorsica a fare da corona alle reliquie scortate sotto un grande baldacchino di damasco cremisi, con i preti dei paesi vicini dai paramenti bianco latte ricamati a fili d’oro dalle abili mani delle suore. E poi i banchetti di dolci e cianfrusaglie, la banda e tutto quanto occorra per una festa degna di nota.
    Don Guido sospirò, a lui non era mai toccato di dirigere una processione in vita sua, visto che appena ordinato prete lo avevano sbattuto li’ in cima alla Fontanabuona, disperso e forse dimenticato dai suoi superiori. Ma la voce di Dio è ovunque, si diceva per consolarsi, nella grande città o nel bosco, in mezzo alla confusione di una processione fastosa o nell’umile tepore di una chiesa quasi deserta…
    Ma Don Guido non sapeva che quella nuvola di polvere che vide alzarsi nella strada che passava sotto il cimitero stava per cambiargli, non solo quella giornata uguale a tante altre, ma l’intera sua vita.

    La stanza completamente al buio era illuminata solamente da due candele votive legate alle sponde del letto, intorno quattro figure vestite di nero piangevano sgranando un rosario ciascuna, Giovanni entrò, l’odore di medicinale gli punse le narici ed un vago senso di nausea lo pervase, una delle figure sedute ai bordi del letto si alzò – Oh Gianni,finalmente sei arrivato, papà sta morendo e continua a cercare di te…- Gianni si avvicinò al capezzale del padre, lo chiamò, questi aprì leggermente le palpebre che si richiusero immediatamente, troppo pesanti per riuscire a sorreggerle. Dopo un’ora spirò senza aver riconosciuto il figlio e senza lasciare alcunché a lui o alla sorella. Gianni uscì dalla stanza paterna, ora come avrebbe fatto? aveva sperato almeno in una qualche eredità paterna per fare fronte ad alcuni debiti contratti durante, innocue, partite a carte con amici, che poi tanto amici non erano visto che volevano il saldo del debito entro fine mese altrimenti….Gianni rabbrividì e si giurò, per la milionesima volta, che mai avrebbe più giocato a carte con quelli del porto, bravissimi giocatori ma pessimi creditori.
    Superò il cancello del convento dove il padre aveva trovato conforto negli ultimi anni della sua vita o come sospettava lui pranzi e cene gratis e soprattutto un tetto sotto il quale riparasi dalla pioggia, con la pretesa di una vocazione, nata, proprio prima che la padrona di casa lo sbattesse fuori dopo un anno di affitto non pagato…certe volte le casualità pensò Gianni. Li vicino notò due frati che preparavano la buca dove suo padre avrebbe riposato per sempre, si avvicinò sembrandogli educato ringraziare quei poveracci che sotto il sole di giugno sudavano al posto suo – Buon giorno, sono il figlio di…
    Quelli annuirono senza neanche lasciargli finire la frase – lo sappiamo figliolo, non essere triste dove è giunto ora sarà più felice che qui – il più anziano con gesto teatrale lasciò la pala e segnò il cielo con la mano protesa quasi volesse afferrarlo più che indicarlo.
    Gianni sorrise – Grazie è un momento molto triste – pensò a tutti i soldi che doveva e che non sapeva dove prendere. L’altro frate che aveva continuato a lavorare in silenzio lanciò lontano una palata di terra come se volesse allontanare qualcosa dal cumulo che stava costruendo. L’altro frate lo guardò perplesso – altre ossa che affiorano, neanche una bara si prendevano la fatica di fare….
    Gianni guardò incuriosito, il frate più anziano rispose alla domanda non espressa – vecchie ossa di contadini, questo prima era il cimitero di un pesino che ora non c’è più, li seppellivano qui durante la peste, come veniva vestiti, nudi dentro sacchi quasi mai in bare…poveracci la legna gli serviva per scaldarsi! Non ritenevano certo reliquie le ossa dei loro cari….
    Gianni sorrise, ringraziò ancora i due frati, si voltò e si diresse verso la sua auto passando proprio vicino alle ossa sparse dalla poco gentile palata di poco prima – Non ritenevano certo reliquie le ossa dei loro cari – una vocina continuava a ripetergli le parole del frate, si chinò e veloce senza dare importanza a quello che faceva (come sempre quando stava rubando una cosa) si infilò nella tasca del cappotto alcune ossa probabilmente appartenute ad una mano abituata al lavoro.
    Mentre tornava verso l’albergo dove aveva preso una stanza fino al giorno dei funerali del padre si ripeteva la frase del frate e gli veniva via via più chiaro il racconto di un vecchio prete conosciuto nel collegio dove era stato fino ai dieci anni di età, ovvero, di un furto perpetrato ai danni di una Chiesa un secolo prima, furto, che aveva privato il tempio dell’unica fonte di sostentamento, ovvero, di alcune ossa ritenute miracolose perché appartenute ad un santo originario del paese natio cioè di Verzi.
    Certo il piano che gli era venuto in mente era un po’ azzardato…ma…meglio che un’incontro con i suoi creditori senza avere contante in tasca.

    L’auto si fermò appena sull’orlo degli scalini che portavano al cimitero, spostando qualche ciottolo del sagrato secolare, Gianni scese scrollandosi da dosso un po’ di polvere che era entrata dal finestrino lasciato aperto sul retro, si guardò intorno fermandosi sulla figura del prete che lo spiava da in cima alla scalinata della Chiesa – Buon giorno – Gianni si avvicinò sorridendo e protendendo la mano – Buon Giorno – rispose don Guido stingendo energicamente la mano dello sconosciuto.
    – Mi chiamo Gianni non sono originario del paese ma per via delle strane coincidenze della vita…avrei bisogno di parlare con il parroco del paese è lei?
    – Si – rispose Don Guido un po’ più diffidente – prego!
    E con un gesto lo invitò a continuare – ecco vede un mio carissimo amico emigrato in America venne in possesso proprio a New York di alcune reliquie…
    Lasciò che quelle parole penetrassero nelle orecchie protese del prete e ne osservò la reazione, Don Guido da parte sua ebbe un fremito, possibile che parlasse delle ossa di Sant’Ernesto da Verzi. Guido lasciò ancora un attimo che il prete ragionasse poi continuò – ora per farla breve non starò a raccontarle tutti i fatti e le circostanze per le quali il mio amico entrò in possesso di queste reliquie, comunque mi pregò vistosi in punto di morte di riportarle ai legittimi proprietari ovvero alla parrocchia di Verzi, cosa che avrebbe voluto fare lui stesso se una malattia non lo avesse portato via prematuramente – e qui riuscì pure ad assumere un’aria triste e sconsolata aria che non aveva avuto però ai funerali del padre.
    Don Guido non riusciva a stare fermo, dondolava da un piede all’atro preso da una forma di agitazione che gli faceva tremare anche le mani e le parole – ma prego, si accomodi, mi scusi sa ma non è consueto per me avere ospiti e poi ospiti con belle notizie non mi è mai capitato da che sono qui!
    Gianni si accomodò su di una poltrona che il prete doveva aver usato molto in quegli anni visto che il poggia testa era sbiadito e consunto dallo strofinare di una testa, si guardò intorno quella stanza non era certo più lussuosa o meno della stanza del suo albergo, anzi forse questa aveva la comodità in più di quella poltrona ma comunque tradiva un’economia della Chiesa molto limitata, non rimaneva che la speranza di una qualche donazione magari in gioielli fatta da qualche vergine stufa di esserlo e certa di aggraziarsi le attenzioni del Signore che forse le avrebbe fatto trovare marito o pure di una qualche altra ricchezza nascosta del parroco, anche se ne dubitava fortemente, tutto il paese aveva quell’atmosfera tipica di chi ha donato l’intero abitato alla lontana ma sospirata America. Don Guido riapparve dalla cucina con due tazzine di caffè – prego stavamo dicendo fuori?
    – nulla semplicemente che io ho avuto il compito di riportare a casa le ossa di Sant’Ernesto da Verzi…
    Don Guido quasi cadde dalla sedia – si sente bene – si affrettò a dire soddisfatto, Gianni, certo che a quel punto le cose si mettessero per il meglio.
    – si,si, mi scusi ma sa questa proprio non me la sarei mai aspettata, sono passati ormai tanti anni anzi per essere preciso un secolo e dieci anni da quando sono state portate via…e mai avrei pensato di poterle riavere al loro posto…ma dove sono?
    – Al sicuro presso un notaio di Genova, appena sbrigate alcune pratiche doganali e burocratiche le potrò portare qui!
    Don Guido si fregava nervosamente le mani – e quanto tempo più o meno?
    – direi non più di una settimana….
    – Bene così avrò il tempo di avvisare il Vescovo e preparare la festa, ma lo sa che proprio fra una settimana sarà celebrato il giorno di San Ernesto, il 15 giugno moriva il Santo, qui in questa Chiesa e quel giorno apparve nel cielo una nuvola a forma di croce, il sole si scurì e gli uccelli tacquero a sigillo della Santità del nostro concittadino.
    Gianni ascoltava in silenzio annuendo dando enfasi alle parole del prete con espressioni degne di un attore consumato, certo che sapeva del quindici di giugno altrimenti non sarebbe stato li’ proprio una settimana prima
    – ma mi dica come ha fatto il suo amico ad entrare in possesso di un tale tesoro?
    – il mio amico, cioè Davide Costa (gli pareva di aver letto parecchi manifesti da morto andando verso il paese con quel cognome)…
    – Eh si sono originari di qui anche se il nome, Davide, non mi dice nulla…forse prima che arrivassi…
    – Eh non può dirle nulla no, lui nacque in America, i suoi genitori erano nativi di Verzi lei e di Lorsica lui…. – guardò l’espressione del prete che però non parve avere nulla in contrario circa il racconto che Gianni andava via via ad improvvisare – come stavo dicendo il mio amico Davide faceva commerci, come me, dall’Argentina al Brasile, legnami pregiati…qui in Italia sono molto richiesti ma anche in Germania, sa, addirittura proprio nel nord si sta sviluppando la moda di fare interi pavimenti in legno, per le case, di legni del Brasile lo sapeva?
    -no,no…interessante il suo lavoro…
    -Mi scusi stavo perdendo il filo del discorso, sa sono abituato più a commerciare che a raccontare! – sorrise bonario, guardando dritto negli occhi Don Guido che non pareva più tradire alcuna diffidenza, e Gianni riprese il suo romanzo – Insomma, per farla breve, un commerciante di legnami doveva a Davide una grossa somma, ma si trovava in difficoltà e chiese a Davide di pazientare, lui era un buono da sempre ed aspettò un anno…poi questo commerciante morì e la moglie si presentò a Davide con una scatola di legno, quella che ora è in possesso del notaio, dicendogli che con quella intendeva pagare il suo debito….
    -il povero amico mio non seppe dire di no alla povera vedova e senza neanche curarsi del contenuto delle scatola accettò! Pensate quale fu la sua sorpresa aprendola e vedendo che li’ dentro c’erano delle ossa mummificate…ma poi lesse un foglietto che spiegava che quelle ossa erano di Sant’Ernesto da Verzi e portava il sigillo del Santo Padre ed era datato…uhm…ora non ricordo bene comunque qualche secolo fa… – spiò il prete che oramai si beveva tranquillo tutta quella storia intricata.
    – Eh si è morto nel millecinquecento, fu fatto santo poco dopo quindi quella carta doveva avere gli stessi anni delle reliquie…
    – Ha ragione bravo! – esortò Gianni – comunque Davide si commosse e pensò che non doveva essere un caso che le ossa fossero proprio state consegnate a lui originario di Verzi…allora prese la sua decisione, avrebbe restituito al più presto le ossa al paese natio! Ma come le ho accennato prima una brutta malattia, forse presa in uno dei suoi innumerevoli viaggi in Brasile, lo ha portato prematuramente via all’affetto mio e di quello della povera moglie…in più alcuni investimenti sbagliati hanno portato quasi alla rovina la sua famiglia e la povera vedova non poteva certo permettersi il viaggio fino a qui, così in punto di morte ho promesso al mio amico di pensare a tutto io…ed eccomi qui! – allargò le braccia e quasi riuscì a toccare da parete a parete la piccola stanza.
    Appena uscito l’ospite Don Guido prese il telefono, donazione di un concittadino emigrato a Genova ancora affezionato al paese natio, e si fece passare il Vescovo di Chiavari – Buon giorno don Guido cosa mi dice di bello, è stato riparato il tetto o piove sempre in canonica?
    – Oh no grazie grazie ma con il suo cortese intervento tutto è stato messo a posto, la chiamo per tutt’altra cosa, per una notizia a cui sono sicuro non crederà…. – e tutto di un fiato gli raccontò della fortunatissima giornata che stava in quel momento salutando, visto che il giorno lanciò un ultimo disperato raggio sul rosone della Chiesa prima di essere vinto dal buio.
    Il Vescovo ascoltò in silenzio dall’altra parte del telefono – Caro Don Guido comprendo la vostra foga e la vostra eccitazione ma stiamo cauti, mi raccomando non diffonda a nessuno questa notizia, la tenga riservata, io verrò appena possibile con alcune esperti, ci sincereremo della verità e dell’originalità dei reperti ed avuto parere positivo inizieremo a valutare tutte le soluzioni per poterle onorare in modo adeguato…
    Non sarà necessario spiegare come mai due giorni dopo il secolo XIX usciva con un articolo intitolato LE OSSA DEL SANTO TORNANO A CASA, e di come mai il Vescovo infuriato avesse telefonato a Don Guido – Ma no eminenza io no non ho parlato forse il Sig. Giovanni Passalacqua magari sa…un po’ di vanità…è un giovane…certo eminenza ancora scuse tante….
    Fatto sta che quando Giovanni arrivò in paese per portare notizie al Don Guido, ad aspettarlo dalla Chiesa c’era una folla di donne che lo chiamavano e lo strattonavano per potergli stringere la mano – Buon giorno Don Guido, vedo che la notizia si è sparsa…
    – Bhe sa com’è un piccolo paese ehm le notizie…. – e fece l’atto di voler prendere il volo – allora cosa dice il notaio?
    – Dice che oggi è martedì e venerdì avrete le vostre reliquie con tanto di certificato di donazione e tutto il resto così che a nessuno verrà mai in mente di rivendicarle ed anche se lo facesse…. – fece un gesto per sottolineare che da loro erano ritornate e con loro sarebbero rimaste.
    Ora Gianni doveva affrontare il problema del suo guadagno o meglio delle spese che doveva inventare di aver sostenuto per conto dell’amico e a cui la vedova non poteva far fronte e nemmeno lui – purtroppo due investimenti sbagliati, li stessi tra l’altro che fece il mio amico, mi hanno lasciato in difficoltà, tanto che ho preso questo compito con animo triste perché sapevo di non poter adempiere in tutto a quello che avevo promesso, e come le dicevo la povera vedova – e guardò il soffitto quasi fosse li a vederlo – con quello che ha non riesce neanche a campare, non è vera la favola che in America si diventa ricchi, è molto più facile perderli tutti insieme e per sempre i guadagni di una vita come accadde al mio amico ed a me…comunque io ho anticipato ed offerto in parte tutte le spese che ho potuto ora, mio malgrado mi trovo in difficoltà…
    Lasciò che Don Guido assorbisse le sue parole – ma certo figliolo dimmi, ha già fatto tanto per noi mi creda molto più che certi nostri concittadini, mi dica tutte le spese a cui è dovuto andare incontro e io farò il possibile!
    Gianni non rispose subito – sono così imbarazzato non è mia abitudine chiedere soldi alla Chiesa …
    – Figliolo pensa che questa sia una ricompensa per quello che di grandioso tu stai facendo….
    – Se la mette così – sospirò – allora ci sono, tolti il biglietto della nave che ci ho pensato io (anche perché lui sulla nave non ci era mai salito) e le tasse portuali che voglio offrire io, quindi tolte cinquanta mila lire – lasciò che la cifra arrivasse al prete – rimarrebbero le altre cinquanta che sono l’onorario per il notaio e le marche da bollo per le pratiche di passaggio di proprietà….
    Don Guido lo interruppe – a proposito ma non dovrò firmare qualcosa per l’eredità ricevuta?
    – Ah mi scusi non gliel’ho detto, ma per non farle fare un viaggio scomodo fino a Genova mi sono permesso di firmare io al posto suo l’accettazione della donazione, ma se vuole rifaccio fare il foglio e….
    – Oh no anzi grazie, per me quello che fate voi è ben fatto! Mi scusi se l’ho interrotta continui…
    – Allora le pratiche e l’onorario notarile più i vari balzelli dovuto allo stato per questioni del genere farebbero 60 mila lire tonde tonde…mi faccia ripensare…40 il notaio 10 il bollo per l’eredità e poi venti no anzi dieci non venti e si sessanta in tutto!
    Il prete rimase per un attimo in silenzio valutando le possibilità della cassa della Chiesa – è una cifra grossa….
    – No ma guardi fa lo stesso, in qualche modo farò, non voglio chiedere i soldi….
    – Non ci pensi neppure, farò una colletta tra i paesani, in fondo devono in qualche modo partecipare a questo evento straordinario, poi ci sarà da preparare anche la festa, quindi non si preoccupi…Si diedero appuntamento per venerdì per la consegna delle reliquie e di quanto dovuto per tanto disturbo – allora arrivederci e che il Signore l’accompagni…
    – Amen – Gianni avviò l’auto e con un sorriso che poteva tranquillamente fare il giro completo della sua testa, si avviò verso Genova dove sarebbe andato dritto dritto a prenotare un posto su un traghetto verso la Spagna dove avrebbe raggiunto un suo cugino e sarebbe stato il tempo necessario per fare sgonfiare la cosa, ammesso che, qualcuno fosse mai riuscito a scorpire l’imbroglio – ma che imbroglio sono loro che hanno voluto credere ciò che gli faceva piacere…. – rideva salutando con una mano i contadini che si sporgevano dalle fascie al suo passaggio e lo chiamavano a gran voce – Sciu Gianni, vivia u sciu Gianni Passalacqua…..
    A Verzi non si parlava di altro, nelle case, nel bar, nella piazza e qualche curioso dei paesi vicini iniziava a tornare in Chiesa, anche la raccolta per il signor Gianni andava a gonfie vele anche se ufficialmente Don Guido per un atto di delicatezza nei confronti di quell’uomo così generoso ma sfortunato non aveva spiegato a cosa servissero realmente tutti quei soldi ma solo che erano destinati per organizzare al meglio la festa e per fare un nuovo reliquiario a Sant’Ernesto.
    E così già la sera stessa il prete iniziò il giro delle case e raccolse da li a due giorni ben centomilalire, una cifra enorme neanche immaginava che i suoi compaesani e limitrofi potessero avere risorse del genere.
    Intanto il Vescovo chiamava invano in sacrestia ma Don Guido era impegnato a casa di Rosetta a gustarsi prelibate focaccette lievitate e verdure ripiene.
    Finalmente qualcuno passando vicino la chiesa e sentendo nel silenzio lo squillo disperato di un telefono avvertì Don Guido che corse in sacrestia appena in tempo per rispondere alla decima chiamata del Vescovo. Il sabato, giorno della festa, sarebbe arrivato il Vescovo con due dottori ed avrebbero analizzato le ossa, ma quando Don Guido gli disse che avrebbero dovuto aspettare la fine della processione per poco al Vescovo non venne un infarto – fine della processione? Ma don Guido lei è pazzo, ma quale processione?
    – Eh la festa…sa dovevo…credevo che…insomma….di poter fare la processione già quest’anno…
    – Lei non doveva credere o pensare ma ubbidire cosa che non ha fatto dal primo giorno, ma passi un articolo se pur deplorevole sul giornale….ma addirittura portare in processione delle ossa che non sappiamo a chi….
    – ma a Sant’Ernesto caro Vescovo…
    – ma che santo e santo potrebbero esser anche quelle di una prost….o senta ubbidisca niente processione sabato ha capito! Altrimenti li’ in quella chiesa ci rimane per il resto dei suoi giorni altro che la parrocchia di Moconesi….ha capito! Ha capito! Lei mi farà venire un’infarto…
    Clik, il telefono venne chiuso mentre Don Guido cercava di ribadire che proprio la processione non si poteva spostare…
    E venne il venerdì mattina e Don Guido sulla porta della Chiesa con tutte le comari del paese e da quelli limitrofi che pregavano e ciatellavano, erano immobili e fissi con gli occhi aspettando che una nuvola di polvere annunciasse l’arrivo du sciu Gianni…ma nulla ed arrivò il mezzogiorno, nel frattempo le comari dei paesi vicino erano andate via e rimanevano solo quelle di Verzi…suonarono l’una le due e le tre del pomeriggio ma nulla intanto anche la metà delle donne del paese era rincasata, passarono le quattro le cinque ed il prete dovette rientrare per il vespro…iniziava a preoccuparsi, forse un’incidente un contrattempo con il notaio o chissa cosa! Poi gli venne anche in mente che ci avesse messo il becco il Vescovo, geloso senz’altro che fossero state date a Don Guido e non a lui le ossa, e che avesse bloccato il Sig. Gianni.
    Finalmente alle nove di sera, quando ormai Don Guido aveva perso ogni speranza apparve Gianni – Don Guido mi scusi ma una telefonata urgente, miei affari…mi scusi ancora – invece Gianni aveva scelto apposta le nove di sera, per non avere troppa gente intorno, troppi testimoni e magari qualcuno che prendesse anche la targa della sua auto ovvero di quella posteggiata li’ fuori che non era quella a noleggio con cui era venuto i giorni prima ma era quella sua con cui partiva per la Spagna…così risparmiava anche i soldi della nave….e poi le navi sarebbero state le prime ad essere controllate.
    – Ma signor Gianni si figuri, prego si accomodi gradisce un caffè avete cenato?
    Fu così che Gianni incasso 60 mila lire più gli altre quaranta che riuscì abilmente a sottrarre dal cassetto della sacrestia e venne pure rimpinzato a dovere dal parroco che gli offri i ripieni della Rosetta ed il pane della Gianna.

    Il sabato mattina alle cinque precise alle porte della canonica bussò il vescovo accompagnato da due lungagnoni vestiti di nero con due borse di pelle da dottore piene di boccette pinze e garze…Don Guido venne preso alla sprovvista, per fortuna si era già vestito per essere pronto a ricevere i fedeli già alle prime luci dell’alba – Signor Vescovo….
    – Si sposti mi faccia vedere queste reliquie…
    Don Guido un po’ imbarazzato ed intimidito dal fare del Prelato li accompagnò nella sua camera da letto dove custodiva la scatoletta che gli aveva dato Gianni e che ancora non aveva aperto, i due dottori si affrettarono a strappargliela dalle mani e senza neanche chiedere il permesso si diressero verso la cucina e chiusero la porta. Intanto la Chiesa, le cui porte Don Guido aveva aperto appena svegliato ancora in camicia, si popolava di uomini in abiti da festa e donne strette negli scialli di lana, tutti pregavano e qualcuno chiacchierava dell’imminente festa ma comune era il senso di agitazione che precede sempre le novità.
    I due dottori, passata un’ora,erano ancora chiusi ed intanto l’ora della processione fissata per le otto si avvicinava….finalmente alle otto meno un quarto la porta della cucina si aprì ed i due dottori uscirono, parlarono a bassa voce con il Vescovo che da prima annui’ poi sbiancò ed infine se ne uscì con – Oh mio Dio, non si può lo sapevo che dovevo fermare tutto…
    In quel momento quattro uomini entrarono in canonica – presto Don Guido, vogliono la processione sono tutti agitati sono le otto e cinque….
    In quel momento il Vescovo e Don Guido si accorsero del vociare nella Chiesa e affacciatisi dall’altare maggiore senza farsi scorgere, videro un’enorme folla che riempiva ogni pertugio della navata e degli altari minori e che straripava fuori, in prima fila i sindaci di molti paesi vicini, alcuni giornalisti ma soprattutto erano tutti quelli che avevano raccolto, dal momento dell’apertura delle porte del Tempio, la cifra enorme di mille lire, bastante per fare il tetto della Chiesa e di tutte le case li’ intorno.
    – Cosa facciamo ora – chiese Don Guido spaventato del gran pasticcio in cui si era infilato.
    – Cosa fa, vorrà dire! Ma figliolo glielo avevo ben detto di stare zitto e non fare nulla finchè non fossi arrivato….uff…cosa si fa?
    Cosa si fece? Si fece che la processione alle nove uscì di Chiesa tra gli applausi della gente e gli scatti di tre fotografi giunti apposta per l’evento, si fece che i giornali il giorno dopo descrissero l’enorme folla di cinquecento persone che erano accorse per il ritorno di Sant’Ernesto, forse esagerando un po’ sulla cifra. Accadde che il Vescovo benedì le ossa del santo con queste parole – Voi che siete volate via dal vostro nido ora tornate per la nostra gioia e per ritrovare la pace che meritavate….
    Ed il verbo volare e la parola nido non furono messe per caso in quel discorso…visto che i due medici, dopo un’ora di analisi o meglio dopo tre minuti di analisi ed il resto del tempo per decidere il modo migliore per dirlo al Vescovo, sancirono che quelle erano si ossa…ma non risalivo certo a cinquecento anni prima, ma al massimo a un anno prima e che non solo non erano evidentemente di Sant’Ernesto ma neanche di nessun altro uomo pio visto che quelle che biancheggiavano nella teca di cristallo del vecchio altare erano quattro povere ossa di gallina…finita nel cimitero probabilmente perché qualche volpe aveva deciso di consumare in pace il suo pasto.
  • Vernazza

    Polvere bianca tra gli scogli
    azzurro di vetro
    il tramonto rosa la sabbia
    granchi passano come fantasmi lievi
    l’odore di sale arriva a me
    chiudo gli occhi e penso
    cullo la mia mente al rumore del mare
    una nave fischia al porto lontano
    cullo la mia anima tra il sale
    il vento alza a me le voci genovesi di pescatori
    ossi di seppie stanno bianchi tra le reti al sole
    odore di viscere…di pesce
    baie lontane sogno
    ma quando apro gli occhi mi trovo bene
    qui
    dove sto
    queste sono le mie baie esotiche
    dove i suoni sono uguali
    le case sfumature di colori aggrappate ai verdi vigneti,
    dove i pesci sono scaglie di luce
    stelle in un cielo liquido
    qui la mia anima si culla nel sale.

  • Olivo e Senofonte

    Racconti

    Racconti

    Da lontano sembrava un paese come tanti altri le case strette, le tegole rosse incastrate, i comignoli nebbiosi neri di fuliggine: la quiete irreale si stiracchiava nella campagna assolata. Qui in due casette di pietra piccole, quasi da fiaba vivevano Olivo e Senofonte, esseri fragili, incompiuti attaccati alla terra come le due querce sovrastanti i loro piccoli tetti. In paese li chiamavano gli gnomi, sempre indaffarati, minuscoli perché volevano esserlo, esistevano ma di loro non si accorgeva nessuno, a loro bastavano le casette, le enormi querce, il loro minuscoli caratteri che si fondevano s’intrecciavano come i rami dei due alberi protettori. Olivo e Senofonte erano appagati dai giorni brevi e lunghi, dalle piccole gioie e dai grandi dolori – loro sapevano che per due esseri minuscoli i dolori sono più grandi – ma non si lamentavano.
    Vivevano, e dentro questa parola loro mettevano tutto, le posate di casa ed i tramonti dietro la valle sempre invisibili a loro, ma c’erano e qualcuno la’, lontano, ne godeva distratto tutte le sere, anche nell’ultima. Vivevano, ripeto vivevano, felici, distratti contenti di essere li’, amici – Olivo! – e lui arrivava, riparava il tetto, tagliava l’erba del giardinetto – Senofonte! – lei correva portando il pane fresco, i panni puliti.
    Sedevano davanti al caminetto tutti e due sprofondati in silenziosi pensieri complici.
    Una sera il prete andò a trovarli – Dovete sposarvi! – Perché? – risposero in corale Si sposano gli amanti! Non gli amici!
    - Ma non capite che tutto il paese parla di voi?
    Spauriti fu questa la sensazione che riempì la casa di Senofonte, tutti – e qui fu lo spavento – tutti parlavano di loro! – Perché? Perché erano amici? – Senofonte sentì la rabbia crescere, per la prima volta nella sua vita, ma non la riconobbe, si curò con erbe, muschi, foglie e certe radici – Un vero toccasana per la febbre – gli disse Olivo.
    Rabbia parola sconosciuta a loro sempre indaffarati e felici di poco. Parola mai sentita dalle loro madri, pronte a perdonare tutti con una preghiera ed un sorriso.
    Senofonte ricordò suo padre, lui ogni tanto provava rabbia…ma lei no, forse non gli somigliava.
    Tutto presto tornò ad essere uguale, Olivo lavorava e Senofonte sognava, pensava spesso a loro – amici – si, non altro.
    Ma quello che non divise il mormorio del paese lo divise la guerra: arrivarono i tedeschi che accompagnati da amici insospettabili calpestarono la vita pacifica di Olivo e Senofonte. Entrarono casa per casa caricandosi di oggetti e vite umane. Senofonte e Olivo viaggiarono, come mai nella loro invisibile vita, stretti pigiati dentro lamiere sporche che qualcuno spacciava per treni.
    Nulla riuscivano a vedere ma erano certi di allontanarsi, lo sentivano nei pochi suoni del mondo che scorreva, lo sentivano sulla pelle…l’aria che ora respiravano non sapeva più di aromi di boschi, pascoli, di pietre e giardini, ma di cenere vomitata da enormi camini.
    Il lavoro rende liberi – qualcuno disse loro – Olivo?
    - Si!
    - Che libertà sarà mai questa?
    Intorno muri e filo spinato, file di essere umani nudi, fosse straripanti; lei fu infilata dentro un capannone di legno, Senofonte piangeva, non sapeva, non capiva perché fosse li’.
    - Perché siamo qui?– chiese a qualcuno che si mosse vicino lei, ma quella non rispose guardandola con occhi da pazza.
    Tre anni passarono così, Olivo stingeva i denti al freddo, pensava alla sua casa quando lo percuotevano nudo in mezzo alla neve…- Sali le scale!– e lui ubbidiva, poi scendeva di corsa pensando che in fondo alla scalinata ci fosse la sua amica…vicino vedeva altri schiacciati dalle pietre.
    La speranza si riaccendeva ogni volta che si rivedevano, poche, ma bastavano. Un fuggevole secondo ed un anno era già dimenticato; lei sorrideva – Tutto bene! – voleva dire, anche se sul suo corpo portava i segni di violenze neanche più combattute. Lui alzava un ciglio – come essere a casa – rispondeva muto, a lei, tutte le volte, anche se stava da ore in piedi sulla maledetta spianata.
    - Arrivano gli americani! – qualcuno disse…ed Olivo e Senofonte ritornarono a casa nel piccolo paese aggrappato alle colline della Toscana.
    Sopravvissuti, li’ avevano lasciato l’anima per proteggerla dall’orrore e rientrando nelle casette la ritrovarono, ognuno la sua, che danzava ballate antiche.
    La presero per mano e si ritrovarono, uscirono, le querce svettavano con i germogli nuovi che spuntavano dalle radici; il prete gli venne incontro piangendo -–Come avete fatto?
    Accesero il camino che scoppiettò lieto di essere risvegliato – Siamo amici, glielo avevamo detto quella sera!
    Senofonte aggiustò la coperta sulle gambe – Ogni volta che quelli mi picchiavano io pensavo alla primavera, quando Olivo semina l’insalata!
    - Ogni volta che mi facevano scendere quella scala, io, pensavo che giù ci fosse lei, con il cesto del pane fresco!
    Il prete piangeva in silenzio nell’ombra.


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